Folkstudio
Mi chiamo sempre e ancora Ernesto Bassignano, spero.
L’inventore di questo bel portalone mi chiede ora in quattro righe di dirvi della musica :
ebbene si, ho fatto il cantautore d’autore per circa una decina d’anni a partire dalle colonne sonore stradaiole per il teatro di strada col mio povero amico di lotta Gian Maria Volontè.
E poi proseguendo il percorso con la banda del Folkstudio De Gregori-Venditti e Locascio, in luoghi tanto mitici ed eroici quanto fetidi e carichi di pantegane, plettri , pianini scordati , simulacri artistici di scultori folli, poltrone schiantate, blues, jazz e fumo stantio.
E poi ancora i settanta tra pistolettate e folkrockjazz e sperimentalismi vari tipo area e poi…basta, perché gli amici se n’erano andati , la musica era finita ed erano arrivati, per dimenticare tutti tenco del mondo, i baudo, le carrà e durans vari dall’ inghilterra a ricostruire pop, sanremi e divismi da un tanto al chilo.
Sergio Caputo e Bassignano trent’anni dopo ancora insieme al The Place.
Bassignano lo scoprì e lo produsse.
Foto Folkstudio: anni ‘69 - ‘85 (clicca per vedere) +
Foto Folkstudio: con De Gregori e Venditti +
Estratti dal libro "Canzoni Pennelli Bandiere Suppli+

De Gregori con trench e pipa che lo ha seguito tra i baraccati dell’Esquilino, Tinin lo ha appena conosciuto, sempre in Trastevere.
II jazzista Francesco Forti, amico di Grieco e sincero estimatore del suo repertorio, dopo aver sentito Tinin cantare le sue ballate buffe, lo ha convinto a presentarsi al Folkstudio dal boss Cesaroni:
"Basta con i latrati di questo cane d’un Battisti e tutti gli altri popparoli, sanremesi o meno! Tu e tutti gli altri cantautori che sanno cantare e scrivere di cose vere — gli dice — avete il dovere di farvi avanti. Cabaret, canzone politica o d’autore, va tutto bene ma, mi raccomando: basta, anche voi, con la facile demagogia e il populismo spinto da sloganistica canora. Bisogna inventare una nuova canzone civile, perdiana, sennò,da un lato esisterà sempre Sanremo e dall’altro i rivoluzionari che cantano roba per la piazza, solo per se stessi e chi è già d’accordo!"
E’ così che, solidale con Forti e convinto si debba sul serio cambiare musica, arriva, non più da spettatore, in Via Garibaldi.
Ed è così che il boss lo ascolta, lo trova ok e lo presenta immantinente agli altri due cantautori giovani, tali Antonello e Francesco, che da pochissimo tempo hanno preso a frequentare con successo quella lunga salita per il Gianicolo, lastricata di porfido. Rosa, rosso, arancio, nocciola, quattro macchie di verde per quattro piantine.
Via Garibaldi, pochi alberi e tanti sampietrini, due bar e un ristorante per i signori. Via Garibaldi dove, quasi in cima alla salita, prima della caserma dei caramba, Giancarlo Cesaroni ha posto la sua tana dove una sera era passato pure, perché mito non fosse solo una parola, un certo Dylan, eroe del Folk City al Greenwich Village. E a proposito di Village, anche lo stesso papà di Dylan, Dave Van Ronk sarebbe poi venuto e ritornato, anno dopo anno, a trovare gli amici del Folk di Roma, a dar lezioni di chitarrismo blues and rag forte e scarno, a cantare il country-blues d’autore, certo, ma anche Weill e persino una sua versione dell’Internazionale, per salutare a pugno chiuso! Via Garibaldi è lunga e ancora deserta nel sessantanove, tant’è vero che si può arrivare al Folkstudio ogni sera parcheggiandoci davanti. Un cappuccio, un vino, una birra e un cicchetto al Bar delle Rose a fianco e via, dentro il budellaccio muffito dove ogni tanto, in una nuvola di fumo che pare nebbia in Val Padana, qualche sorcio fa il solletico ai piedi d’un qualche spettatore che zompa per aria. Sta insomma nascendo una bella amicizia e in pochi mesi i tre cantautorelli, cui s’è aggiunto un amico chitarrista di Francesco, Giorgio Lo Cascio, comincia a scaldare la storica pedanina rossa e ad avere ogni domenica qualche decina di fans in più.
II mondo del Folk, tra fumo, sangrilla, polvere, muffa e vecchie sagome di plastica abbandonate colà da chissà quale artista iperreale misconosciuto, diventa il loro mondo e la loro casa. Tutte le sere alle ventuno, non solo più le domeniche pomeriggio, tutti presenti! Ci sia da cantare, da ascoltare o solo da conoscere, perchè ogni sera, oltre ai soliti noti tra jazz, folk e canzone di lotta, possono arrivare artisti stranieri e nuove scoperte di Cesaroni, che pare aver contatti in mezzo mondo.
Tre canzoni per uno all’inizio, in repertorio, e, poi, una nuova a settimana, se non al giorno: i tre sono diventati autori indefessi e prolifici, pronti a presentare, a proporre al giudizio del loro pubblico di cento esperti, le loro nuove composizioni, precedute da una sigla che, in definitiva, si presenta ormai come un vero manifesto.: "Sto pensando da molti anni a una canzone che sia di tutti. e, non soltanto mia, che non canti per cantare, solo per dimenticare…"
Antonello Venditti è buono, generoso, spaccone proprio come il "Cicalone" che resterà sempre. Già allora e mezzo comunista ateo e mezzo cattolico credente, perché lui, Antonello, è in pratica il compromesso storico fatto uomo. Lo chiamano Mifune perché sembra davvero il celebre Toshiro dei "Sette Samurai".
Arriva dopo aver parcheggiato il suo Maggiolone nero e subito attacca con la sua nuova barzelletta fresca di giornata: è inesauribile. Sempre col montgomery, anch’esso nero, con una barba ben curata e dei capelli che sono la sua pena. Basta toccarglieli perché si terrorizzi: "Nooo che mi cascano, lasciatemeli stare, maledizione!"
La prima volta che Tinin lo vede è una domenica pomeriggio d’ottobre e sta "zappando" sui tasti in Sol con le caratteristiche dita medie sollevate, (spesso i tasti li fa saltare in aria). Canta, accompagnato dal suo amico Sandro alla chitarra, l’esulcerata e pittorico decadente Tramonto rosa (con nuvole di grigio).
Giorgio Locascio, invece, è timidissimo e quando inizia a cantare le sue ballate coheniane diventa tutto rosso sotto i riccioli. Non ha mai freddo e anche in pieno inverno, in quel buco che non si scalda mai se non con il fumo delle sigarette e il fiato di sangrilla di cento persone, sta sempre in camicia, una delle sue preziose camice da cantautore. Francesco, glabro, magro, snob, introverso e principesco come da oleografia, sembra ancora più magro, infagottato com’è in giacche ed impermeabili del babbo bibliotecario. Figurarsi se non fuma la pipa,se non arriva con il collo del trench erto da sembrare Bogart:, se non si fa desiderare sul palco, se non si spara ore di flipper nel Bar delle Rose lì a fianco, scolandosi birre disperate. Spesso tocca proprio al presentatore Tinin - che al Folk tutti già chiamano il "Bassigna" ed è il più anziano e "preciso" -andarlo a pescare al banco o al flipper del bar perché, nonostante sappia benissimo che è il suo turno, gli piace troppo farsi aspettare e farlo incazzare. Dopo gli apripista della canzone d’ autore alla romana, Edoardo e Stelo con la loro romanissima e storica Lella, "La fija de’ Projetti er cravattaro" sono dunque arrivati loro, più politicizzati e incazzosetti, ad intrattenere i coetanei con le loro storie surreali, cattive, tragicomiche.
"Canzoni d’odio e d’amore" insomma, come le chiama il Francesco.
Le canzoni, le loro canzoni, le loro due o tre canzoni a sera, uno dopo l’altro, seduti sul seggiolone, anch’esso di color vermiglio, come la pedana, lui e Giorgio, Francesco molto spesso in piedi, Antonello al pianoforte e la timidissima corista Diana Corsini a dar man forte, quelle volte che c’è. Civita, A Gombrovicz, Sto pensando per Tinin, nel tentativo frettoloso di superare la strada, l’inno, la demagogia insita nel farsi capire gridando, nell’aver dovuto tentare d’essere popolare a tutti i costi, scrivendo le sigle itineranti del "Teatro di strada." Al "Bassigna" tutti riconoscono esperienza umana, politica e civile, ma deprecano, ironizzandoci su mica poco, le sue logorroiche presentazioni per le quali, se un brano dura tre minuti, lui ne spende quattro per descriverlo e farci ricamini ideologici infiniti. La casa del pazzo, The Partisan e Suzanne quelle di Giorgio, perché Cohen è il modello, quasi un’ossessione. Giorgio, il cantilenante, ipnotizza la sala e anche se stesso, al punto che ogni tanto bisogna svegliarlo dalla trance di quei cazzo di La minore e Mi 7 ripetuti all’eccesso sotto la voce scarna e quasi recitante. Rosso corallo, Al mio funerale, Nina e Signor aquilone per Francesco, che tentava di italianizzare il suo country dylaniato con ritmi più tranquilli, melodie nostrane, temi personali tra i quali la morte, il vino e l’amicizia prevalevano. Francesco gambe unite, piedi in dentro, mette la cicca accesa tra le chiavi della chitarra - tutti a imparare perché fa molto fico -, "tira" la bocca e la voce proprio come il suo idolo di Duluth, del quale ha già tradotto molto, usa metafore coltissime, al limite dell’astruso per alcuni, favolose citazioni per altri.
Lontana è Milano, A Gesù Cristo e Sara Rosa per Toshiro-Antonello che, in più, aggiunge, spesso a richiesta, perché si cantava insieme e faceva cantare tutto il pubblico, la sua versione rock-ironico-pacifista della militare Ta-pum.Antonello è ancora più cattivo e provocatorio di Fo, di De André e della Marini nei confronti della Chiesa cattolica, del Vaticano, d’un dio che desidera e a cui vuol rivolgersi, a patto che sia di nuovo e per sempre un dio degli uomini e non della liturgia. Quando attacca le prime strofe di a Gesù Cristo, il pubblico del Folk si divide violentemente: "Ammazzete Gesù Crì quanto se’ fico, chissà che me credevo che stavi a fa’/ volevo un po’ vede’, io so’ ignorante, per’ monno ch’hai creato, che stavi a combina’…"
Naturalistico e "genovese" Tinin, ipnotico e ossessivo Giorgio, dolcissimo, simbolista e affabulante Francesco, potente, acuto, incazzoso un Antonello ancora in lingua romanesca, se non proprio verace, quanto meno appena rivisitata da studente del primo anno di legge.
Insomma, e un’oretta d’autore mica male, spesso presentata e animata da papa Archie Savage, uno dei componenti della formazione "Folkstudio Singer", nume tutelare dopo l’abbandono di Arold Bradley, negrone di ottanta chili che balla e canta da dio, ha una risata di tuono e se ti da una pacca ti sderena.
Un’oretta che termina, immancabilmente, con la sigla ninna nanna Irene Goodnight, ripetuta due o tre volte per far capire che è assolutamente ora di chiudere, di andare a dormire. E se qualche impenitente ingordo, innamorata o rompicoglioni proprio non capisce, allora è il boss stesso che zompa in pedana e fa segni con le braccia degni d’un marine sulla tolda dell’Enterprise mentre i quattro cantautori, assonnati e imperterriti, ad libitum continuano con la litania: "Irene goodnight, Irene goodnight, goodnight Irene goodnight Irene, y see you in my dreams ".
Ma quale Scuola Romana… Tinin, Francesco e Antonello si sono ritrovati per puro caso insieme a scrivere e cantare canzoni in uno stesso luogo e nello stesso momento, a fruire del gran lavoro popolare, dei modi, dei temi di quei campioni contadini e borghesi di città che avevano, nei dieci anni precedenti, tramandato con tigna e raccolto con amore, dialetti e relativi canti regionali; molto spesso, dalle radici comuni, dalla Val d’Aosta al profondo Sud.
E allora e stato bello pensare, rifarsi ai vari Dylan, Tenco, Brel e Ferré, ma è stato altrettanto interessante ascoltare le ballate toscane, da Leoncarlo Settimelli e Caterina Bueno: barba, pochi capelli, un po’ di pancia e grande simpatia per l’intellettuale e giornalista Leoncarlo; bellezza, straordinaria comunicativa, vino rosso e passione per Caterina, la stessa cui De Gregori, più di dieci anni dopo, dedica una significativa canzone d’affetto e stima, lei, la toscanaccia dalla voce rauca che, per un’estate intera, divide a metà col suo chitarrista, da vera rivoluzionaria.
E le ballate autobiografiche pugliesi dell’ex morto di fame Matteo Salvatore che ora, sopravvissuto alla miseria del Tavoliere, è osannato dalla borghesia democratica romana e sbanda paurosamente, tradendo gli assunti rabbiosi per qualche invito in Rai o qualche decina di biglietti da mille?
Matteo, o lo ami o lo odi, non c’è scampo.
Se riconosci nella sua faccia, la sua voce e la sua chitarra le storie lacrimevoli che racconta e non pensi ai suoi modi paraculi di vendersele: beh, tutto bene.
Ma se analizzi il suo essere diventato, in pochi anni di permanenza a Roma, il cocco dei "bene" progressisti e lo stolido pittore di acquerelli naif compiaciutissimi, la sua fame di riscatto senza dignità…
E Otello Profazio, divo folk calabrese, che ormai è un’istituzione con le sue storie antiche e terribili, che spaccia per tradizionali, mentre sono regolarmente depositate alla Siae a sua firma?
C’è, poi, la potente, incredibile e incazzatissima super proletaria sicula Rosa Balistreri che - se in piazza non trova microfoni - canta a voce nuda e si fa sentire comunque da migliaia di persone:
l’importante è non perdere l’ingaggio, oltre che trasmettere la poetica del suo amico e complice Buttitta da Bagheria e altre ennesime storie di sfruttamento e di mafia.
Rosa, come Matteo, ha campato per anni a pane olio e sale, mica no. Ora, con l’ausilio d’una chitarraccia, d’una rabbia infinita e d’una voce che è un ringhio, fa il folk di lotta, quello, magari, un tanto al chilo e due accordi, ma di grande e immediata presa politica e umana. I più spassosi?
Merli e Chittò, come dire il Duo di Piadena, anch’essi protesi nello sfruttamento del momento e del filone " Uva Fogarina" finché dura.
II cotè cittadino del folk politico è invece rappresentato, in Via Garibaldi, particolarmente da Ivan, Giovanna e Paolo, come dire Della Mea, la caposcuola Marini e Pietrangeli. Ebbene, Ivan è stonato, con la "zeppola", non è un gran musicista ma le sue ballate, spesso in dialetto milanese, sono ossessive e trapananti, fantastiche e metaforiche, riuscendo a volte a sfiorare la grande poesia epica. Paolo, già prima di Contessa, era il più moderno, caustico, coraggioso interprete delle battaglie di fabbrica, di piazza e di strada, riuscendo a raccontare - per sommi ma fondamentali capi - parole d’ordine, slogans, bisogni, invettive e aneddoti nei tre minuti d’una fulminante canzone. Giovanna?
Beh Giovanna non si discute e non si discuterà:
è e sarà il capo, la responsabile, la grande madre d’un movimento nato alla fine degli anni cinquanta e spentosi nella metà dei settanta, quando Pippo Baudo portò il folk a Canzonissima. Allieva della mondina Giovanna Daffini, ha saputo coniugare i canti del lavoro con gli insegnamenti chitarristici di Segovia, la musica contemporanea con Brecht.
La sua faccia senza età, la sua fierezza, la sua voce mutuata dai campi, la sua maniera di raccontare tra una canzone e l’altra la realtà, traducendola in immagini degne di Fo, non abbandoneranno mai la mente di Tinin e di tutti gli altri buoni e generosi figli e allievi del Folkstudio.
Ospiti fissi?
C’è "Superguitar" Kuipers, a dar di penna spasmodica e blues, inventando nuovi ritmi, deliziando tutti con la sua risata folle e la lingua un po’ olandese, un po’ inglese e un po’ italiana che racconta storie fantastiche tra birra, cani, piattole parlanti, medicin-show e isole incantate.
C’è Luigi "Ludvig" De Gregori, fratellone di Francesco, innamorato perso di Guthrie e Seeger, appena tornato dal suo ennesimo viaggio in Irlanda, alle radici del country e sempre in guerra con l’accordatura della sua chitarra:
"Scusate ma stasera ho bevuto troppo poco e i folletti Poltergheist si sono incazzati con me…" Cesaroni ha preso ad odiarlo, il Luigi, perché dice porti sfiga: il fatto è che il boss ama i cavalli e le corse, è un grande scommettitore.
Luigi pare abbia pronosticato qualcosa di male al cavallo del boss e il povero animale si è azzoppato davvero. Da quel giorno, per mesi, il boss s’apposta sulla porta e, come Achab, scruta nella notte per avvistare la balena, la maledetta balena Luigi del malaugurio.
Fra Giovanna e gli altri dei vari canzonieri politici e Matteo, Otello, Maria, Caterina, Rosa, Tonino, il Duo di Piadena e gli altri folksinger puri - molti di loro Tinin li ha visti ed ammirati sul palco del Centrale, due anni prima, nello spettacolo di Fo -, è nata la sponda d’autore e civile: se De Gregori è un figlio di Dylan e Antonello di EIton John, Tinin lo è dei francesi tutti e di Tenco in particolare.
C’è insomma di che mettere le basi per una nuova buona canzone italiana, confrontandola con quella già nata a Milano e Bologna , dei vari Gaber, dei Guccini, degli Endrigo e degli amatissimi genovesi. Tre sacchi a sera a fine cantata e sono pizza e sigarette per tutta la settimana. Sono nuovi amici, ragazze carine e disponibili, che si bevono i racconti delle loro chitarre e del pianoforte, come estasiate. E spesso li amano.
Serena per esempio: una minuta, carinissima moretta sempre in prima fila stravaccata di sghembo sulla poltrona rossa.
Serena bella e impossibile.
Punta neanche troppo di nascosto Francesco, bello e più impossibile ancora, che spesso ama appunto farsi puntare e basta e si accompagna a una certa Nicole, una pittrice un po’ eccentrica che gli fa da nave scuola. Ma Serena piace molto anche a Tinin, che diamine.
E allora, certamente senza sentirsi per questo menomato nell’ orgoglio, lui pressa sempre maggiormente l’esulcerata fan degregoriana finchè essa, forse proprio per ripicca verso il suo principe schizzinoso, accetta la sua corte e si accontenta, per così dire, d’un altro lungagnone molto più disponibile. Sì, davvero una pacchia. Poca gelosia, molta solidarietà e crescente adesione politica. Giusto qualche scazzo isolato perché lui è un po’ più vecchio e più stalinista rispetto ai suoi pards un tantinello indisciplinati e anarcoidi, indubbiamente poco soggetti alla disciplina e alle gerarchie da sezione. Un pezzo per uno, ma molte volte anche in coro, oramai la fama dei giovani poetastri s’è allargata e li vengono a sentire anche i Loi, i Pontecorvo, i Grieco, le Mazzetti, le Ottolenghi, oltre a molti esperti e giornalisti che cominciano ad esercitare le loro penne sulla "Nuova Canzone" del Folkstudio.
E a proposito di giornalisti, succede che Davide Grieco, il giovane figlio di Bruno, debba andare una sera a sentirli per conto dell’ Unità.
Succede anche che si senta poco bene e dia buca ai tre che ormai già gustavano il frizzo del primo articolo importante. Ma niente paura: Tinin, il mattino dopo, chiama Davide al telefono e gli "passa" il pezzo, raccontandogli per filo e per segno canzoni, pubblico, reazioni in sala. Due giorni, dopo sulla pagina romana, esce finalmente l’oggetto del desiderio e Tinin corre al Folk per gioire insieme agli amici e per ottenere merito ed encomio per un’operazione accorta. De Gregori è invece su tutte le furie; non lo saluta e quasi gli mette le mani addosso: che diavolo è successo, ora?
Che il povero amico critico musicale, un po’ rincoglionito per esser stato svegliato di mattino presto, un po’ ingarbugliato tra letto, taccuino e linea telefonica disturbata, ha sbagliato a trascrivere un titolo - forse il più importante per Francesco - e Signor aquilone è diventato… La signora Piloni!
Sempre più gente, insomma, comincia a conoscere, analizzandole, quelle ballate che loro forse non avrebbero mai pensato un giorno di incidere.
Hanno l’onore di apparire in tivvù in un programma etnomusicologico di Berio e della Ottolenghi che, accostandoli in una puntata nientemeno che a Dylan, fa parlare lo studioso Alan Lomax della canzone popolare nel mondo.
Fanno poi un’altra conoscenza Rai e sono ospiti alla radio, di Giaccio e Cascone, per una puntata dal vivo del programma "Per voi giovani".
Ecco le prime trasferte con i Folkstudio Singers, Mario Schiano, Giovanna Marinuzzi, le due bionde sorelle di Lou Castel delle quali una canta e l’altra fa l’attrice, Giovanni Crisostomo e tutti gli altri protagonisti di quei giorni.
Notevoli le esperienze a Foggia, a Napoli e alla reggia di Caserta.
Per Napoli partono in quattro con chitarre fra i denti, sotto le ascelle e su per il naso, sul Maggiolone di Antonello.
Salgono al Vomero per esibirsi al Teatro Instabile che ha come organizzatore culturale l’amico Michelangelo Romano, futuro produttore di Sorrenti e Vecchioni: e un posto molto "in", frequentato da turbe di rivoluzionari da salotto con la erre moscia come quella che faceva Totò nei suoi ruoli da nobile.
Una serata al fulmicotone perché il pianoforte per Antonello non c’è e lui, buono sì ma incazzato come Hitler, deve accettare d’essere accompagnato dai tre pards con le loro tre chitarrelle, standosene in piedi di fronte al pubblico e soffrendo come Linus senza la coperta.
Accordi sbagliati, polemiche, quasi lite e, sotto di loro, un pubblico che rumoreggia maleducatamente.
"Ma questi qua non cantano canzoni di lotta, queste sono le solite canzonette bovghesi, pev di più piene di metafove e pavoloni… ma cantateci Contessa, pev favove, fate i bvavi…"
Finisce malissimo, tranne che per Tinin che, nonostante la rissa ideologica, almeno viene rimorchiato per la notte dalla più animosa, matura e piacente delle nobildonne compagne.
Ha così la fortuna di conoscere dall’interno, per una notte eduardiana, un mondo partenopeo che sino ad allora aveva visto solo al cinema:
un mondo fatto di odori di muffa, parati scollati, servitù complice, nonne centenarie con la papalina, da scavalcare dormienti per andare al cesso di notte, e cornetti caldi e latte nei bricchi d’argento massicci la mattina "presto", alle undici!









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