Teatro
TEATRO DI STRADA
“Bisogna fare qualcosa anche noi, qualcosa di grosso.
Bisogna andar per strada, essere in tutti i posti dove la classe operaia e gli studenti si ribellano.
Dobbiamo essere un gruppo di pronto intervento. Dobbiamo essere qualcosa che ci permetta di essere noi, stessi ma fuori dal sistema, ‘sto sistema di merda che ci chiede di fare porcherie, di essere giullari di corte, servi degli americani.
Io comunque, fin che mi offrono puttanate del genere, il cinema non lo faccio più. Faremo teatro, del teatro politico, ma non nei suoi luoghi deputati. Andremo a cercarcelo, il pubblico e sarà quello che a teatro non ci è andato mai”
Tra gli anni 69/70 si formò a Roma il gruppo del teatro di strada, costituito da Ernesto Bassignano , Gian Maria Volontè, da Pino Licastro, Giancarlo e Titta Cassani, Roberto Bonanni, Lorenzo Magnolia. Il gruppo si immetteva nei focolai di contestazione della città, improvvisando con estremo realismo delle rappresentazioni teatrali ispirate al contesto sociale, nate da un lavoro di grosso impegno politico.
Estrat. dal libro “Canzoni penneli bandiere e suppli”+
“Bisogna fare qualcosa anche noi, qualcosa di grosso. Bisogna andar per strada, essere in tutti i posti dove la classe operaia e gli studenti si ribellano. Dobbiamo essere un gruppo di pronto intervento, dobbiamo inventare qualcosa che ci permetta di essere attori, registi, scenografi, scrittori, cantanti, che ci permetta di essere noi stessi ma fuori dal sistema, ’sto sistema di merda che ci chiede di fare porcherie, di essere giullari di corte, servi degli americani. Io comunque, fin che mi offrono puttanate del genere, il cinema non lo faccio più. Faremo teatro, del teatro politico, ma non nei suoi luoghi deputati. Andremo a cercarcelo, il pubblico e sarà quello che a teatro non ci è andato mai.”
Gianmaria recrimina, reagisce, fa i piani di battaglia dei mesi a venire.
Parla piano, con voce grossa, a volte sembra che rifletta tra sé e sé. Teorizza, fa piani di battaglia, disserta sul bisogno di intervenire nella lotta democratica che ormai è scoppiata. Ha preso per mano il gruppo che si è formato sotto l’egida politica di Bruno e il gruppo gli si affida, docile, preda del suo carisma, di quella sua apparente calma che - invece - è come il fuoco sotto la cenere, la quiete prima della tempesta. Dietro quello starno sorriso, infatti, a volte compare per un attimo un ghigno, una voglia di violenza, una sete di vendetta, qualcosa che Tinin non sa bene come interpretare.
Gianmaria ha fatto il nobile infingardo per Brancaleone, il bandito italiano, quello messicano e drogato per Leone, ha appena girato L’amante di Gramigna, sta per diventare un commissario assassino e reazionario per Elio Petri.
Ma intanto rifiuta d’essere il protagonista di un’americanata con la Bolkan. Ha cioè, scientemente e con rabbia santa, schivato la sua “grande occasione” lasciandola a Trentignan, dopodiché s’è detto disposto a smettere e cambiar mestiere, piuttosto che girare delle “puttanate simili”. “Sono arcistufo - grida - di venir trattato di merda dalle produzioni che mi sottopagano, tanto sono un comunista“.
Un anno intiero a far l’offeso con il cinema, a rovinarsi la camera con la banda di amici del “Teatro di Strada“, in attesa di tempi migliori. Quando è particolarmente nero, Tinin sa cosa fare:
cavalli al galoppo facendo schioccare la lingua, scacciapensieri e fischio erano pronti, la sei corde anche e non era difficile ricreare l’atmosfera di “Per un pugno di dollari“.
A Gianmaria brillano gli occhi, è stonato ma sentir cantare e suonare le arie di Morricone lo mette subito di buon umore e comincia a battere il tempo con le mani sulle coscie, come fossero bonghi. E’ già famoso, ma di soldini ne ha proprio pochi. Questo perchè, innanzitutto, ha una moglie da cui è separato, Caria, che lo insegue per gli alimenti e anche perché lei non vuole porti con sé in piazza la piccola loro figlia: e figurarsi se la bimba, invece, non è sempre a cavacecio sulle spalle di Gianmaria e Lorenzo, per le strade di Trastevere, a divertirsi un sacco!
Dopo aver pagato l’affitto di Via della Scala ed avere aiutato il suo meno fortunato e scapestrato fratello Claudio a parare i suoi non pochi casini - Claudio s’era appena messo con la ex di Gianmaria Boschero e con lei se andava e veniva in giro per il mondo a bordo d’una rossa Guzzi -, il poco denaro rimasto lo elargisce tutto a una pletora infinita e questuante di compagni pittori, registi, scrittori che gli si rivolgono per realizzare i loro sogni: una massa di “incompresi” e paraculi che sfruttano mica poco la sua generosa militanza.
Adesso, oltretutto, paga spesso i conti delle cene al gruppo che s’ingozza di pizze alla “Tana de’ Noantri” e di carbonare dalla “Sora Lella”, poi scuce per l’affitto d’un ex rimessa di carrozze in via dei Fienaroli, alle spalle di S. Maria in Trastevere, dove il gruppo si ritrova a far le prove la sera prima dell’azione. Gianmaria ha una nuova compagna che si chiama Armenia - Tinin la chiama scherzosamente Birmania -, una sceneggiatrice bella e in gamba che partecipa attivamente alle azioni del “Teatro di Strada”. Armenia ha a sua volta come amica un’altra donna che farà parte del gruppo: la giornalista di “Noi Donne” Marlisa Trombetta.
Visto che stravede per il cinema, il compagno di quest’uitima l’ha soprannominata “Trumbo”, da Dalton Trumbo, mitico sceneggiatore hollywoodiano. II suo uomo?
Si chiama Lorenzo Magnolia, ha due baffoni alla Zapata, per campare si occupa delle schedine la domenica in una ricevitoria, ha la mania, ha un vero culto di Otis Redding: “What you want, what you need…”
E via ad imitare la vocina nasale e chioccia del grande soul-man.
Anche lui, come tutti loro, frequenta casa Grieco in Via Belsiana: una casa all’ultimo piano dove non è difficile vedere gli intellettuali democratici e gli artisti di mezzo mondo, tipo il poeta Ewtuschenko, che declama le sue liriche e gioca con uno yò-yò, con in braccio i due mega-gatti-matti e persiani di Lorenza Mazzetti, la compagna di Bruno.
Bruno Grieco, il figlio d’uno dei fondatori del PCI: loro lo chiamano, per sfotterlo, “l’affossatore del PCI”.
E il non del tutto convinto direttore della TASS e convive con la pittoresca Lorenza, gonne lunghe, viso caucasico senza età.
Lorenza, gonne lunghe e pantofoline, “r” francese e una vocina dai toni di streghina buona.
Lorenza che la sera, tramite una scala a chiocciola di legno, se ne va a dormire coi suoi gatti vicinissima al cielo, in una mansarda che pare inventata da Gino Paoli.
“Tinin — dice Lorenza — sognamene un altro, di quelli belli e strani, pieni pieni di tutti quegli incuboni, tutti colorati…”
Lorenza scrittrice e regista, interprete di sogni, Lorenza cui Tinin molla parecchi fantasiosissimi e coloratissimi “bidoni onirici” beatlesiani a tremila lire l’uno. Lei è entusiasta dei sogni del suo nuovo amico Tinin: forse si rende conto che sono puro fantasticare d’artista, ma va bene lo stesso: sono o no sogni anche quelli, anche se ad occhi aperti?
Bruno Grieco, grande organizzatore culturale e punto di riferimento di tutta la Roma democratica - era diventato un vulcano d’idee per non pensare alla TASS -, propio lui immagina e dà il via al “Teatro di Strada“, un po’ sul modello di quello che in Cina facevano le Guardie Rosse o quello che negli States mettevano in scena gli studenti della controinformazione, nei vari campus universitari.
Nasce così il gruppo formato, oltre che da Tinin, da Pino Licastro, dai milanesi Giancarlo e Titta Cassani - tecnico dell’Ampliphon lui, casalinga e artigiana dei paralumi lei -, dall’attore Roberto Bonanni, dal veneto Lorenzo Magnolia e da Gianmaria Volonté che prende decisamente in mano le redini di tutto per il suo nome, il suo carisma, la sua posizione economica non eccelsa ma certo migliore di quella generale.
Una formazione alla quale di volta in volta partecipano due, tre o più jolly, a seconda della bisogna. Gente che si presta volentieri sia alla preparazione politica degli interventi, che a rischiare, prendendo parte fisicamente all’azione. Non si possono dimenticare gli interventi, non soltanto giornalistici, di quel formidabile scriteriato di Fulvio Grimaldi e quelli politici e logistici di alcuni leaders della SAI come Bandiera, Marchesani, Robutti, Cirino, la Cerliani, Merli, Dalsasso, Modugno e la Fabbri, quasi tutti a loro volta impegnati in campo teatrale.
Straordinari quelli sul campo del pittore Ennio Calabria con il quale ci si trova, nel covo trasteverino di Via dei Fienaroli, a dipingere, incollare e realizzare pupazzi alti anche sei metri:simulacri di cartapesta che poi avremmo montato per il Tiburtino III e un giorno sarebbero finiti in una specie di museo del popolo in quel di Settecamini.
Esisterarnno ancora?
“Compagni dai campi e dalle offidne, prendete la falce portate il martello…”
“Chi non prosegue nella lotta è ‘n gran fijo de ‘na mignotta” scrivono le operaie della Fatme davanti alla loro fabbrica occupata: diventa, di bocca in bocca, uno slogan famoso. Un anno formidabile di piazze gremite, di occupazioni, di tende in piazza, di musica di lotta:
Tinin scrive e musica le sigle delle azioni di teatro.
Cominciano con l’incatenarsi al Pantheon, contro l’invasione della Cambogia; proseguono con un’azione “verde” ante-litteram contro il traffico, lo smog e l’inquinamento del Tevere in giro per il Corso con delle automobiline di cartone appese alle bretelle , ci prendono gusto, bloccando la folla alla Stazione Termini, con un’azione all’Esedra a favore degli operai dell’Apollon in sciopero, con un’altra in piena Via Cola di Rienzo contro i colonnelli greci.
Arrivano a contestare il consumismo davanti alla Rinascente, con tanto di Babbo Natale rosso con falce e martello; invadono pacificamente il mercato del Testaccio, si fanno arrestare la notte di Natale andando a rompere i coglioni, finita la messa di mezzanotte, a tutti i nobilastri che scendono la scalinata dell’Ara Coeli.
Finiscono con una clamorosa uscita per le vie di Trastevere contro gli speculatori edilizi che espropriano il cuore del quartiere e i suoi abitanti li mandano a prendere aria a Viale Marconi. “Castro, Mao, Ho-Chi-Min!”
Ecco gli occupanti del Magistero in Piazza Esedra che scendono in massa e in fila cinese dalla facoltà.
II fatto è che l’attore di punta del gruppo, lo scriteriato suicida Roberto Bonanni, ha tratto in inganno anche loro recitando naturalisticamente e dando in escandescenze sotto i portici, davanti all’antico caffè Picarozzi.
I Maoisti, appurato esserci un operaio in palese sofferenza psichica, lo sequestrano letteralmente con l’intenzione di sottrarlo alla carità pelosa del Vaticano: è Tinin a far la parte del prete e a prendere calci negli stinchi dalle vecchiette incazzate e anticriste.
“No alla demagogia dei sindacalisti servi del padrone!“
— Cassani fa quello della CGIL. “Basta con i benpensanti fascisti” -
Magnolia è il borghese scandalizzato, insieme a Titta, che vuole chiamare la polizia. Insomma va che Roberto, un po’ matto di suo e grande interprete naturalistico, s’è fin troppo immedesimato nella parte dell’operaio della fabbrica occupata Apollon, un lavoratore un po’ stressato che si butta contro l’edicola all’angolo urtando Titta.
Quest’ultima, la straordinaria faccia come il culo nelle sue sembianze di tranquilla matrona, ha appena finto di scandandalizzarsi, che gli energumeni extraparlamentari, accorsi al casino, stanno trascinando via Roberto tra slogans gioiosi e vituperi contro il regime parlamentare e i suoi complici revisionisti. “Lo rifocilliamo noi, questo compagno sfortunato, verrà con noi e non seguirà preti, sindacalisti nè borghesi dalla carità pelosa.
Verrà a far parte della nostra occupazione, vivrà con noi fintanto che non si sentirà meglio di stomaco e di testa e potrà riprendere la sua lotta…” Potete immaginare la faccia disperata ed implorante del povero Roberto che deve abbozzare e che continua stoicamente te la parte finché, la sera tardi, il gruppo va a bussare al portone del Magistero e, con molta ma molta vasellina, confessa la sua vera identità.
Fortunatamente viene anche il Volonté e a lui i compagni credono. Smoccolano un po’ ma poi qualcuno comincia a ridere e tutto finisce in canti operai, minestrone fetido e vino bianco dei Castelli fatto con le bustine.
Pochi giorni dopo, Roberto dà un altro saggio delle sue possibilità drammaturgiche ma anche della sua follia tattica, oltre che della sua miopia. Infatti all’ interno della stazione Termini, dovendo ripetere l’azione in favore degli operai dell Apollon, sbaglia punto d’intervento e clamorosamente comincia a far casino proprio davanti al gabbiotto dei pulotti. Questi ultimi escono stupefatti per capire le ragioni del putiferio e si trovano dinanzi un tale che tira mandarini, bestemmia, si butta sui passanti esecrando il capitalismo, il governo, i padroni di tutto il mondo, sbavando quasi posseduto dal demonio.
Titta, che fortunatamente è provvista d’un senso straordinario dell’humor e d’una capacità unica di cavarsela in ogni situazione, rassicura le forze dell’ordine: “Povero ragazzo, povero giovane..non sa quel che fa e che dice… Qua, qua con me che andiamo dal monsignore in Vaticano… Scusatelo, scusatelo, me ne occupo io di ’sto disgraziato…”
Non si sa come riesce a convincere il caporale e l’appuntato e rapisce letteralmente Roberto stralunato e terrorizzato sul serio. Appena fuori dalla stazione, in un bar di Via Marsala, il povero attore addannato viene ricoperto d’improperi da tutti gli altri componenti del gruppo:
“La prossima volta o ti prendi dieci camomille a colazione o ti metti gli occhiali: scegli!“
I giorni successivi il gruppo li passa, poi, realmente all’interno dell’Apollon.
Di quell’occupazione, con tutto ciò ch’essa rappresenta per la Roma operaia, il regista Ugo Gregoretti fa anche un film:
voce narrante di Gianmaria, con le musiche di Mario Schiano, il sax più freddo e rosso del Folkstudio.
Sì, certo, anche a piazza Cola di Rienzo sono usciti dalla norma statutaria di essere “gente tra la gente”, avviluppandosi teatralmente in metri e metri di bende insanguinate, fermando il traffico mentre le bende sporche e impressionanti cadevano a terra…
Ma quella volta, la loro ultima volta, i protagonisti sono anche più definitivamente e ufficialmente attori, regolarmente truccati e riconoscibili.
Dieci giorni di lavoro politico intenso, porta a porta, tra Piazza Renzi, Vicolo del Cedro e Vicolo della Pelliccia, hanno preparato l’azione cui deve far da corona attiva l’intero quartiere sboccando in S. Maria.
Proprio in quei giorni, Tinin diventa amico d’un tipo strano che abita a due passi dalla piazza e dice d’essere un compagno.
Altri frequentatori del bar Ferrazzoli sostengono invece sia un confidente della pula o comunque uno incastrato dai Servizi.
Si chiama Italo Toni, è magro e olivastro, veste sempre di nero, pare sia un giornalista, sembra un messicano, è sempre pronto ad armarsi di spranga per pestare i fasci, vuole essere informato di tutto e su tutti.
Tinin lo frequenta come si possono essere frequentati i compagni in clandestinità negli anni ‘30:
dire e non dire e, se dire, un po’ mentire e, se andare, depistare: una roba tremenda, sempre sospesi tra la propria generosità d’animo, tra il bisogno costante di amicizia da un lato e la paura dall’altro: il terrore di marca stalinista.
Ancora oggi Tinin, salendo verso il Gianicolo da Via Mameli, guarda verso quel grandissimo terrazzo sul quale Italo coltivava erbetta profumata per tutti, da strappare e asciugare nel forno, un attico sul quale si organizzavano feste storiche che terminavano all’alba. Italo, che mantenendo fede alla sua vita misteriosa e spericolata, sarebbe poi letteralmente scomparso qualche anno dopo, come inghiottito, in Libano, insieme alla sua compagna Graziella De Palo, giornalista di Paese Sera.
Paese Sera, Paese Sera, ancora e sempre Paese Sera…
E tutt’ora il giudizio sulla vera storia e il mistero sulla fine di Italo è sospeso:
amico di Arafat o amico del giaguaro?
Militanza internazionalista o traffico d’armi, compagno o spia?
Grigio verde e poi sirene, fischi, stridio di freni, ordini urlati…
La polizia ha circondato S. Maria ma — come al solito — non ha potuto intervenire perché ormai la folla intorno ai quattro attori gesticolanti, declamanti e deambulanti è immensa e li protegge, sommergendoli, sospingendoli di nuovo tra i vicoli, come un’onda.
Folla manifestante che sfocia in piazza come una piena, mentre un tecnocrate tutto bianco e cinico - Tinin - , indica le case da svuotare dei loro tradizionali abitanti e una suora tutta nera, impersonificata da Titta - era davvero l’ordine di S. Ruffina il proprietario consenziente -, tiene bordone al crudele ingegnere. C’è poi un marine in tuta mimetica verde, - Lorenzo -, che fa il gesto di requisire e prendere possesso degli appartamenti e infine il “Lenzetta”, tutto rosso, - il solito ispirato e furioso Bonanni - che si dispera rumorosamente per dover lasciare gli amati tuguri e chiede giustizia al cielo.
Attimi di panico allorché l’idrofobo “Caghetta” di Piazza Renzi - uno dei tanti sfrattati -, fregato dalla tensione, stende il “jolly” Salvatore Lener, segretario della sezione PCI del Pantheon:
evidentemente Salvatore è stato troppo realistico nella sua parte di reazionario di passaggio che protesta per l’occupazione politica di quella bellissima piazza.
A parte il solito gran casino generale provocato e il fatto che i trasteverini autentici divengono, dopo quell’azione, loro amici del cuore e protettori, resta comunque una morale, appresa, con stupore, in un secondo tempo.
Una vera, umanissima lezione, secondo la quale moltissimi degli indigeni sarebbero in realtà ben contenti di andarsene a Viale Marconi: primo perché qualche lira gliela ammollano per darsi fuori dalle palle in fretta, secondo perché - diciamolo - nei casermoni moderni almeno non ci piove e per farla non si deve uscire sul balcone; terzo perché , a viale Marconi, avrebbero il riscaldamento.
La cosa più incredibile di quel giorno, a parte le parolacce stratosferiche dei trasteverini rivolte alla finta suora, sono addirittura i calci, veri, dei ragazzini e di molte loro mamme alla medesima, in un crescendo drammaturgico assolutamente non previsto: potenza del teatro!
Altra aneddotica trasteverina vuole - così gliela raccontarono perché lui non ne è testimone diretto - che un gruppo dei soliti amici compagni-ladroni dal cuore d’oro salvino poco tempo dopo Gianmaria da una “sola” perpetrata ai suoi danni.
Un giorno pare che la polizia abbia infatti deciso d’incastrare l’attore facendo irruzione nel suo appartamento in Via della Scala e sapendo con “assoluta certezza” che c’è del fumo in un cassetto. Ma gli occhiuti e acrobatici salvatori, in assenza del proprietario, avendo notato il sospetto via vai di sconosciuti, mangiata la foglia, “sgamato il magheggio” intervengono passando dai tetti. II fumo - sistemato evidentemente all’uopo qualche ora prima dell’irruzione - sparisce misteriosamente.
I pulotti aprono il cassetto a colpo sicuro, e… la sorpresa è la loro. In una delle sue ultime uscite stradali il gruppo “Teatro di Strada“, finisce anche al commissariato per aver fatto casino all’arrivo di Nixon. Volonté in quell’occasione, pur riconosciuto, non è risparmiato dagli agenti e finisce davanti al funzionario della Mobile Mazzatosta - si chiama proprio così - e Tinin lo ricorda come un infagottato informe con i denti e le dita ingiallite dalle Nazionali.
Bene, invece di starsene buono aspettando che venga qualcuno a tirarli fuori - ed evitando che venissero ancora tutti presi a calci -, pazzo scriteriato com’è, va avanti per ore a provocare il povero poliziotto ripetendo il tormentone del suo commissario terrone, sceneggiatura e scene del suo recentissimo Indagine: “Panunzio - grida - Panunzio, o’ cafe, portam’ o’ cafe!“
Mazzatosta fuma, fuma e ride, ride amaro, è un uomo di mondo, fa buon viso a cattivo gioco e il gioco va avanti per ore con i reprobi schierati sulle panche in corridoio che se la fanno sotto dalla paura ma al tempo stesso, forse per reazione, sghignazzano ogni volta che Gianmaria chiama il “suo” attendente per qualche nuova ordinazione al bar…




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